Archivio del mese di febbraio 2005
Se esisteva qualcosa a cui Sebastian non sapesse rinunciare, quella cosa era l’arte pittorica. Approfittando dell’incontro fortuito di qualche giorno prima, il giovane pensò di invitare la dolce Margaret ad una mostra del celebre Teomondo Scrofalo, di cui Sebastian era grande estimatore nonché studioso a tempo perso. C’erano tutti gli ingredienti per un appuntamento a lieto fine: una rosa rossa donata sull’uscio di casa, i frequenti sguardi dolcemente imbarazzati, una pioggerellina primaverile che li teneva stretti sotto lo stesso ombrello, le continue e banali scuse per sfiorarsi le mani mentre tutto ciò che li circondava era come se non esistesse. Giunti nel locale in cui era stata allestita la mostra, Sebastian dimenticò per un attimo Margaret e venne investito da un’onda anomala di emozioni, perso nei reconditi significati di quelle opere che prima di quegli emozionanti istanti aveva potuto ammirare solo sui libri e su internet. Vicino a lui un distinto ed attempato signore, a sua volta immerso in quelle tele come alla ricerca del minimo particolare che potesse fornirgli una diversa chiave di lettura. Sebastian, che ormai conosceva quei capolavori come le proprie tasche, gli si avvicinò.
- Sa, in quest’opera lo Scrofalo ha voluto mettere in evidenza la vita umana, così effimera ed insignificante di fronte al giudizio divino che un giorno arriverà. Lo si intuisce dai colori di quei corpi aggrovigliati come a voler significare le ramificazioni del destino verso uno stesso punto.
- No, secondo me il vero significato è esattamente quello che si intuisce da una prima lettura, e cioè che lo Scrofalo era strafatto mentre dipingeva…
- Non ho parole per esprimere la mia indignazione di fronte ad una tale offesa nei confronti dell’artista e di chi come me ne apprezza le incredibili doti. Quando deciderà di imparare ad andare oltre la pellicola protettiva di un capolavoro, sarò lieto di darle delle lezioni d’arte. Il mio nome è Sebastian.
- Bel nome di merda. Comunque piacere, il mio nome è Teomondo Scrofalo.
Sebastian rimase in silenzio, tra l’imbarazzo e l’incredulità. Il “maestro” a cui aveva dedicato ore ed ore di appassionato studio era lì, davanti ai suoi occhi. E sembrava una gran testa di cazzo. Eppure il giovane riuscì ad andare oltre l’apparenza, ed analizzando la bizzarra situazione arrivò alla conclusione che il suo artista prediletto lo stesse mettendo alla prova. Prese Margaret per mano e la guidò attraverso la mostra, fornendo spiegazioni su ciò che l’autore voleva trasmettere al mondo. Per tutto il tempo Teomondo li seguì, con sguardo attento ed interessato. Poi si avvicinò alla coppia.
- Se volete c’è un “pensatoio” appeso qui alla vostra sinistra dove è possibile esprimere commenti sulle opere e fornire suggerimenti all’autore…
- Sì, in effetti volevo proporle una rivisitazione dell’inferno dantesco – disse Sebastian (*)
- Che strano, è la stessa cosa che ha scritto quel signore che è appena andato via. Non dirmi che hai sbirciato?
- Ehm… no… sì… cioè in realtà io l’avevo già pensato, ma non è esattamente quello che intendo. Ci sono delle leggere differenze…
- Ma quali differenze! Sei proprio un pirla.
Sebastian aveva gli occhi lucidi e le guance rosse come se all’improvviso fossero esplosi tutti i capillari sul suo volto, mentre Margaret non riuscendo a trattenere le risate lasciò la mano del giovane e corse verso la porta, da cui proprio in quel momento stava entrando una buffa signora sulla settantina. La donna, vestita con tuta da ginnastica e scarpe col tacco alto, attirò l’attenzione con il suo passo trascinato e con uno strano ghigno frutto di una dentiera mal incollata. Si guardò intorno schifata ed esclamò ad alta voce:
- Ma chi l’ha disegnate ’ste cagate? Minchia che roba, non si può guardare. Secondo me ultimamente allo zoo hanno aperto le gabbie…
Sebastian, desideroso di riscatto agli occhi del suo mito, corse da Teomondo e lo avvisò.
- Maestro, non ci crederà, è entrata una pazza che sta esprimendo commenti sgradevoli sulle sue opere.
- Ma chi, quella tipa là sotto?
- Sì.
- Non ci fare caso, è mia moglie. Lo fa tutti i giorni per sfottermi.
Nemmeno quella era giornata. (continua?)
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(*) Siete liberi di leggere il racconto come cazzo vi pare. Anche se non avete la voce impostata, anche se non sapete quando le vocali sono aperte o chiuse. Parlate pure come mangiate. Ma quando leggete "disse Sebàstian" pretendo che venga fuori il Gassman (padre) che c’è in voi. Che altrimenti mi girano troppo i coglioni. Poi magari un giorno vi spiegherò anche il perché. Forse.
Scritto da Maxime il 28 febbraio 2005
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Quando sono debitore di una somma (persino i dieci centesimi che mi mancano per pagare la colazione senza essere costretto a cambiare una banconota da cinquanta euro), il mio unico pensiero diventa quello di estinguere il debito. Non ci dormo la notte. Forse per questo motivo non riesco a trovare una spiegazione logica al comportamento di quelle persone verso le quali sono invece creditore. E non parlo di clienti, intendiamoci. A quelli ormai c’ho fatto il callo: li vedo e li sento ora momento e minuto quando si tratta di sollecitarmi la definizione di una pratica e quando finalmente è tutto concluso, spariscono mentre il conto è lì che aspetta paziente. Invano. Mi riferisco ovviamente agli amici, o meglio ai conoscenti: quelli a cui hai rivenduto qualcosa o che il tale giorno non funzionava loro il bancomat o avevano un pezzo da cinquecentoeuro che nessuno gli cambiava, quelli che in quanto conoscenti si prendono tutto il tempo (mesi, a volte anni) per restituire la somma “tanto mica scappo?”, quelli che incontri quasi quotidianamente ed ogni volta “tranquillo che non l’ho dimenticato!” prendendoti pure per il culo, quelli che organizzi una serata in pizzeria con la speranza che magari paghino loro (e non solo non pagano, ma se non rifunziona il bancomat raddoppi pure l’inculata), quelli che un bel giorno ti rompi i coglioni e gli chiedi un prestito dell’esatto importo che ti dovevano: eccheccazzo! Peccato che già il giorno dopo ’ste facce da culo ti telefonano per richiederteli indietro…
Scritto da Maxime il 24 febbraio 2005
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Se ti accosti su una parete a suo tempo tinteggiata con vernice di tipo lavabile e se adagi un braccio dietro la schiena con il palmo della mano rivolto verso il muro, è molto probabile che si crei una sorta di effetto ventosa. Qualche minuto più tardi, quando sarà finalmente il tuo turno e ti dirigerai verso la stanza dell’impiegato, staccando la mano si udirà un singolare effetto acustico. Vaglielo a spiegare agli sconosciuti in attesa a fianco a te che no, non era una scoreggia.
Scritto da Maxime il 23 febbraio 2005
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Arriva un giorno in cui un vocabolo poco conosciuto o comunque raramente utilizzato, necessariamente di origine straniera, esplode. Così, all’improvviso. E poi nemmeno riesci a ricordarti chi è stato il primo a farlo uscire dall’anonimato, a farlo diventare parte integrante del linguaggio che conta. Un giornalista, un politico, un opinionista, chi può dirlo. Ma chiunque abbia udito per la prima volta quel termine e lo trovi elegante, musicale, esclusivo e tale da accentuare il gap culturale nei confronti di chi non lo utilizza, non può fare a meno di sguinzagliare tutti i propri collaboratori per saperne di più, per sostituirlo nei propri discorsi all’equivalente (per significato e dignità) vocabolo italiano, per essere in grado di pronunciarlo come si conviene, possibilmente davanti ad una telecamera. Chissà da quanto tempo esisteva quell’illuminante vocabolo straniero di cui si sentiva davvero la mancanza e che se non ci fosse stato si sarebbe dovuto inventare per riuscire a chiudere una frase di un certo tenore. E con la stessa velocità con cui è esploso e si è diffuso, senza preavviso un bel giorno inizierà ad essere utilizzato anche dal popolino ed alla fine sparirà senza lasciare tracce. Come tutte le mode. Come tutto ciò che qualcuno ha deciso debba rimanere esclusivo. Ma sono certo che usciremo senza difficoltà dall’impasse.
Scritto da Maxime il 22 febbraio 2005
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La sera precedente il giovane Sebastian (*) aveva mangiato pesante, ed assunto più alcool di quanto il suo fisico potesse sopportarne. Durante il tragitto in macchina tra la sua abitazione e l’ufficio, mentre la seconda guerra mondiale in svolgimento all’interno del suo stomaco preannunciava un’epica seduta riflessiva nelle sacre stanze destinate all’espulsione anale, approfittando del semaforo rosso si curvò lateralmente come per prendere un cd dal vano porta-oggetti del lato passeggero, ed emise un silenzioso ma devastante lumìno (**). Nel tornare in posizione consona alla guida, Margaret (***) bussò sul finestrino per attirare la sua attenzione e gli chiese un passaggio. Sebastian non la rivedeva da anni, la dolce compagnia d’infanzia da cui era considerato come un fratello ad alla quale proprio per questo motivo non era mai riuscito a confessare che l’avrebbe volentieri messa a pecora. A nulla servì abbassare i finestrini ed azionare l’aria condizionata alla massima potenza, approfittando di quei veloci secondi che Margaret impiegò per entrare in macchina: la magra figura era ormai inevitabile. Un veloce aggiornamento sulle rispettive vite, qualche ricordo dei bei tempi e poi, lasciata Margaret in centro, Sebastian arrivò finalmente in ufficio giusto in tempo per l’importante riunione che il capo aveva fissato con l’intero staff. C’era tensione, e tutti attendevano le risultanze della relazione di Sebastian nel cui stomaco però iniziava a fare effetto la citrosodina che appena sveglio aveva sostituito i classici cappuccino e brioche. Pallido e sudato, Sebastian simulò l’arrivo della telefonata di un informatore, si allontanò nervosamente ed entrò in bagno – quello sfigato realizzato in cartongesso da una costola della sala riunioni, ché quello grande e decisamente più confortevole era in una zona per il cui raggiungimento non c’erano più garanzie – e per timore che gli altri lo potessero sentire aprì a tutta forza i miscelatori del lavabo e del bidet prima di dedicarsi al doloroso concerto. Finalmente libero, leggero e spensierato, tornò con rinnovata energia all’interno della sala riunioni dove lo staff, inizialmente silenzioso ed imbarazzato, si abbandonò ad un fragoroso applauso. Ciò nonostante, l’esito della riunione fu estremamente positivo ed il boss invitò tutti al bar sottostante per un brindisi. Sebastian rimase in ufficio a risistemare i grafici e, finalmente in condizioni fisiche decenti, emise un fragoroso e liberatorio stracciatonsille (****) che accompagnò il giovane nel suo tragitto dalla sala riunioni fino all’archivio. In cui ebbe la sorpresa di trovare un cliente di vecchia data al quale Dorothy, la ligia e seriosa segretaria, stava cercando una pratica. Non era giornata. (continua?)
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(*) Mica Rocco, Giovanni o Tonino come le persone normali… Sebàstian, con l’accento sulla “a”, che è più musicale ed elegante e fa tanto scrittore impegnato.
(**) lumìno (s.m. volg.): emissione di gas intestinali non necessariamente rumorosa, ma particolarmente puzzolente ed in grado di appestare un ambiente per ore; si contrappone allo stràcciamutànde che è un’emissione di gas intestinali non necessariamente puzzolente, ma particolarmente rumorosa (il cui rumore a sua volta può essere di tipo solido o di tipo liquido, ed in quest’ultimo caso può lasciare la sgommata sulla mutanda).
(***) Mica Anna, Maria o Giuseppina… ok ci siamo capiti.
(****) stràcciatonsìlle (s.m. volg.): emissione particolarmente lunga e cavernosa, attraverso la bocca, di gas formatisi nello stomaco: tale emissione ha la peculiarità di rendere edotti tutti i presenti nel giro di cento metriquadrati di ciò che si è mangiato durante l’ultimo pasto.
Scritto da Maxime il 21 febbraio 2005
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Quando un brano mi piace a tal punto da iniziare a canticchiarlo all’improvviso mentre sto lavorando, poi mi rompe enormemente i coglioni scoprire che è diventato la nuova colonna sonora degli spot Vodafone. Così adesso inizieranno a canticchiarlo cani e porci e non sarà più la canzone di Moby, ma la canzone che ti fa pensare a Megan Gale, agli sms gratuiti ed alla merdosissima televisione italiana dove una Maria De Filippi canta come un cane e fa audience. Fortuna che esistono personaggi come questo in grado di rimetterti in pace col mondo.
Scritto da Maxime il 18 febbraio 2005
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