Archivio del mese di giugno 2005

Antò, fa caaldo!

Benché io non avessi alcuna intenzione di ammorbarvi con lo stesso tema già trattato dappertutto (blog, radio, quotidiani, telegiornali, signora sofferente nell’ascensore, geometra in attesa di una visura al catasto, anziano in fila alle poste per pagare l’I.C.I., ragazzina generosamente abbigliata ed in procinto di prendere l’autobus per andare al mare, ecc.), tuttavia un cervello in fase avanzata di ebollizione non mi consente di pensare ad altro che alla temperatura degli ultimi giorni, che rallenta movimenti e riflessi, annulla la voglia di fare e di lavorare, mantiene la pelle costantemente umida ed appiccicosa e, spesso e volentieri, blocca il collo e la schiena di chi cerca sollievo esponendosi a ventole e climatizzatori sempre più potenti ed assetati di risorse energetiche.

Ormai quando incontro qualcuno non ci salutiamo più col classico “ciao”, ma sbuffiamo in stereofonia blaterando “che cazzo di caldo!”. E mi sembra di rivivere ogni anno le stesse situazioni, in un loop devastante di consigli per bambini ed anziani, di acqua da bere anche se non si ha sete, di gare a chi legge il valore più alto passando davanti a qualche termometro, di teorie sulla convenienza degli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica, di stabilimenti balneari di Riccione che si dotano di ogni comfort o lanciano qualche nuova moda cui tutti dovranno adeguarsi al più presto per non passare da straccioni, di Italia 1 che non riesce a fare a meno di ritrasmettere l’intera serie di “Professione vacanze” con Jerry Calà, e di gente che gli mancava tanto così per sclerare e, complice il clima, stupra o ammazza qualcuno. Ma probabilmente anche io ucciderei se mi passassero davanti la tizia simpaticissima di “ma allora tu sì n’astronauta!” o quell’altra squilibrata di “sensuale come un tassametro”.

Ché se me le ricordo, le odio e ne parlo, vuol dire che i pubblicitari hanno ottenuto esattamente ciò che volevano. Purché se ne parli, diceva qualcuno. Ed in effetti quando non c’è la trovata geniale, per promuovere un prodotto è molto meglio realizzare uno spot che faccia totalmente cagare piuttosto che uno normale che possa suscitare indifferenza passando inosservato. Quattro gattini, quattro stelline, quattro paperelle e quattro vaffanculo.

Sapore di sale

Di ritorno dal primo fine settimana balneare dell’anno in cui, complice il gran caldo, hanno fatto la loro ricomparsa interi sciami di soggettoni estivi caratterizzati da pantaloncino ascellare, camicia a maniche corte, mocassino senza calze e l’immancabile borsello (il classico socio ACI, per intenderci), ho finalmente rimosso il fiocco azzurro dal portone d’ingresso del mio palazzo e mi è tornato in mente un episodio che non vi ho raccontato. Tanto per cominciare: voi l’avete mai visto qualcuno attaccare un fiocco (azzurro o rosa che fosse)? Io sinceramente no! L’ho sempre trovato già appeso e mi son sempre dovuto scervellare per capire dove fosse arrivata la cicogna. Ebbene: mi spiegate per quale cazzo di motivo, mentre tentavo in qualche maniera di sistemare quel fottutissimo fiocco, si è praticamente riunita all’ingresso l’intera assemblea condominiale?

Scheletri nell’armadio – Parte Seconda

Poiché nei commenti al precedente post mi si “accusa” di essere un pazzo (come se io non vi avessi mai avvisato), ad ulteriore dimostrazione del mio stato di confusione mentale vi segnalo tre frasi celebri tratte dal mio diario dell’anno scolastico 1991/1992, di cui già parlai qui e che meglio potrebbero farvi comprendere l’evoluzione del mio cervello (se mai evoluzione c’è stata):

  • Tia Pascal è morto per un tumore ai polmoni (“Il fuma Tia Pascal”);
  • Se Maometto non va alla montagna, va al mare (ma porca puttana, guai a chi gli tocca le ferie);
  • L’aperitivo, se non è alcolico, lo prendi nel culo (questa la dovete capire da soli).

TormentonInEcCesso

Di quali siano il target e la sorte di certi tormentoni spazzatura che sbocciano puntualmente in prossimità dell’estate ho avuto l’ennesima conferma assistendo questa mattina ad una divertentissima scenetta, che a raccontarla è impossibile ricreare l’atmosfera surreale e la mia incredulità del momento. Un nonno rapito e distratto da un cruciverba de La Settimana Enigmistica. Davanti a lui i suoi nipotini, età massima sei anni, che a ritmo di bastonate reciproche intonavano a squarciagola: “vorrei pisciare come Biagio Antonacci, vorrei cagare come Biagio Antonacci, vorrei scoreggiare come Biagio Antonacci”. Che nell’assurdità di quella situazione, mi è sembrato un segnale forte e chiaro nei confronti di Simone Cristicchi.

Restando in tema di tormentoni, provo un profondo odio, ragion per cui non riesco a smettere di cantarla in continuazione, nei confronti di Tanto3 di Jovanotti, motivetto inutile che crea dipendenza e che i soliti intellettualoidi hanno dipinto denso di significati reconditi che nemmeno il buon Lorenzo si era accorto di averci infilato dentro (me lo ricordo ai tempi di “Gimme five” e “Jovanotti for president” quando non se lo cagava nessuno se non per deriderlo, poi devono avergli suggerito di abbracciare tematiche politiche e sociali e di giurare eterno amore a Che Guevara per diventare ricco, famoso ed osannato dalla critica). Tra l’altro tempo fa ho ascoltato un vecchissimo brano il cui ritornello faceva “Bianco bianco bianco” ed era molto simile alla hit di Jovanotti. Non ricordo il titolo né l’autore, ma il giorno in cui verrà fuori questa cosa pretendo una percentuale sullo scoop.

Che stai facendo? Gioco a rispondere alle domande di Tanto3. Che cosa cerchi? Qualcosa di commestibile in frigorifero, ché da quasi due mesi a questa parte qui non si fa più la spesa. Hai uno scopo? Adesso sì. Dove ti trovi? Davanti al pc, non essendo io dotato di cervello wi-fi. E come vivi? Lavorando. Di dove sei? Chieti. Qual è il tuo aspetto? Una loffa. A cosa pensi? Che ’ste domande iniziano a rompere i coglioni. Qual è il tuo impegno? Sputtanare la Telecom. Ed il tuo tempo? Insufficiente. Che risultati hai? Potrebbe andare meglio. Come va il mondo? A puttane. Che cosa fai? Saranno pure cazzi miei. Quando sei in forma? Tanto tempo fa. Sei innamorato? Direi proprio di sì. E lei ti ama? Momentaneamente distratta da altro, ma sì. E la chitarra? E’ buona. Sei felice? Decisamente sì. Hai distrazioni? Continuamente. E la salute? Non faccio un’analisi del sangue dal 1840. Cosa ti piace? La topa. Tra il dire e il fare? Il fare.

Sogno o son desto?

Difficilmente ricordo cosa ho sognato: quando ci provo si susseguono immagini veloci e confuse che non riesco a rallentare e montare nel giusto ordine per ricostruire una trama. Stanze, scale, visi sfocati che più mi sforzo di riconoscere, più vengono cancellati dalla mia memoria. E più vengono cancellati, più mi sforzo. Quelle volte che per favorire il ricordo rimango disteso sul letto ad occhi chiusi, finalmente appare tutto chiaro: ma sto di nuovo dormendo ed ho ripreso il sogno esattamente lì dove l’avevo interrotto, come se fosse appena iniziato un nuovo episodio dell’incredibile telefilm della mia fantasia. Delle volte mi sveglio all’improvviso con la sensazione di essere caduto nel vuoto atterrando sul letto, altre volte ho degli incubi in cui divento afono mentre tento di gridare o paralizzato mentre cerco di scappare. Ma i sogni normali, quelli piacevoli in cui interpreto ruoli e vivo situazioni che nella vita reale sono pura utopia, non li ricordo mai. E mi dispiace, ché immaginare qualcosa quando sei sveglio non è così reale quanto sognarlo: ed io mi accontenterei anche solo di sognarlo, ciò che oggi non sono e non faccio.

L’altro giorno passeggiando per Chieti sono capitato davanti alla mia vecchia scuola materna ed ho avuto una sorta di deja-vu: le stanze e le scale dei miei sogni, quelli che non riuscivo a mettere a fuoco, appartenevano proprio a quell’asilo. I visi erano quelli delle suore che ci accudivano. Mi sono tornati in mente i girotondi in giardino, l’anziana tartaruga che non ne poteva più di bambini curiosi e rompicoglioni, e tutti i miei amichetti di allora, che non ricordo nemmeno come si chiamavano ma che ho memorizzato secondo le loro caratteristiche: quello che si cacciava le caccole dal naso e se le mangiava, quella che si faceva ancora la pipì addosso, quello che picchiava tutti, quello che appena si alzava tutti andavano ad annusare la sua sedia che puzzava di merda, quello che mandava a fanculo le suore. Chissà cosa sono diventati oggi. Poi mi è tornato in mente Gigi Marzullo: “la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?” Che fottutissima domanda del cazzo.

Pubblicità progresso

13-06-2005

Copio e incollo, dopo relativa autorizzazione, un illuminante post di Shangri-La:

Qualcuno ricorderà che l’inverno scorso è scoppiato il caso del latte in polvere, che noi fessacchiotti italiani paghiamo più del doppio rispetto a tutti gli altri genitori europei. Stesso prodotto, stesse confezioni.
Lo scandalo, insomma, è cosa nota. Tant’è vero che il Ministero della Salute si muove, a fine 2004, e strappa alle multinazionali interessate un’intesa volta a diminuire drasticamente il prezzo del latte a partire dallo scorso dicembre. L’accordo parla di uno sconto sensibile, fino al 35%, spergiurano i manager di Nestlè, Humana, Milupa, eccetera.
Speriamo, mi dico. Fate conto che una confezione da un chilo di Nidina – il latte Nestle più consumato dai neonati – costa 25 euro e dura meno di due settimane, sicché il dissanguamento delle tasche dei neogenitori non è di poco conto. Senza contare le confezioni che arrivano ai 40 euro.
"Non farti illusioni", mi diceva qualche disilluso. E infatti. A dicembre vado in farmacia, chiedo il mio solito barattolone di Nidina e scopro che il prezzo è invariato. "Perché?", chiedo al farmacista. "Non so", risponde, e fa pure la faccia di quello che casca dalle nuvole. Sicché contatto qualche associazione dei consumatori: braccia allargate un po’ dappertutto e un invito a vigilare e a far loro sapere come si evolve la situazione. Cioè io avrei dovuto informare loro. Vabbeh.
La volta successiva cambio farmacia. Prezzo identico. Chiedo nuovamente spiegazioni e mi vien detto che le aziende hanno sì garantita la diminuzione del costo del latte a partire da dicembre, ma ahiloro hanno ancora scorte di magazzino da smaltire e finché i depositi non si svuotano, niente diminuzione. Mi sento presa in giro e vedo intanto che sui giornali non si fa parola di questa pastetta, mentre allora, ai tempi dell’accordo, era tutto un rilasciare dichiarazioni trionfalistiche. Niente, silenzio.
Passa qualche mese e finalmente il prezzo della Nidina cala. Di quanto? Poco più di un euro. Fanculo. Intanto, poiché il latte artificiale tende a provocare una certa stitichezza, la pediatra ha consigliato di dare al bimbo un latte specifico per questo problema, il Pelargon. Stessa marca, cui la pediatra pare sia affezionata. Merito, suppongo, dei suoi rappresentanti, che lei riceve e intrattiene simpaticamente anche per un’ora, con la sala d’attesa affollata di bambini piangenti e sfastidiati.
Beh, nessuna diminuzione di prezzo su questo latte. Perché? Non si sa. Un misero sconto su quello più diffuso, dunque, e nessuno sugli altri, più specifici e irreperibili nella grande distribuzione. Tranne i due-tre di più largo consumo, infatti, tutte le altre formule di latte in polvere si acquistano solo in farmacia (spesso e volentieri, come nel caso del Pelargon, esclusivamente su prenotazione) per una decisione dell’Antitrust che risale al 2000: una cosa incomprensibile, trattandosi di un alimento e non di un farmaco. All’inizio di quest’anno, dunque, il Movimento dei Consumatori dà battaglia, il che convince Sirchia a emettere un decreto ministeriale sulla materia. Un passettino insufficiente, tant’è che il neo ministro Storace deve riprendere in mano la questione e far nuovamente pressione sulla case produttrici perché diminuiscano ulteriormente il prezzo del 20%. L’obiettivo è quello di equiparare la situazione italiana a quella del resto d’Europa, dove un chilo di latte in polvere costa in media 10 euro.
Intanto, sulla rete ci si organizza per dribblare le multinazionali promuovendo il commercio online di latte in polvere proveniente dalla Germania e dalla Spagna.
Per fortuna, non è necessario. Da febbraio, si trova in farmacia l’ottimo Neolatte 1 e 2 (per la fase di proseguimento) che costa, al chilo, 9,90 euro. E’ digeribile e di sapore gradevole: decisamente meglio del Pelargon, per esempio, che io trovo abbia un odore di yogurt andato a male e che non risolve affatto né i problemi di coliche né di stitichezza.
Non aspettatevi che vi sia indicato dai pediatri: ne ignorano l’esistenza oppure ne sono al corrente ma non è loro interesse prescriverlo ai vostri bambini. Provatelo e osservate le reazioni del lattante.
Vero è che anche il Neolatte non è ancora reperibilissimo. Ci sono farmacisti che fanno orecchie da mercante e altri i cui fornitori, misteriosamente, non consegnano questo tipo di latte.
I primi mandateli a quel paese. I secondi – com’è capitato a me di verificare l’altro giorno – vendono magari un prodotto analogo a prezzo anche inferiore (8,90 euro).
Se avete un supermercato Coop a portata di mano, sappiate che anche il latte della linea "Crescendo Coop", in vendita a 9,90 euro, è una valida alternativa ai costosissimi prodotti di marca, che dal punto di vista nutrizionale non solo non offrono nulla di meglio, ma anzi, a detta dei pediatri più seri, spesso esagerano con l’aggiunta di vitamine. Insomma, in fondo c’è un modo semplice ed efficace per ridurre le multinazionali a più miti consigli: piantarle in asso.

Inutile aggiungere che da oggi, quando il latte materno non è sufficiente, Davide beve solo Neolatte. E vaffanculo chi boicotta, intasca mazzette, mette in giro voci fasulle o semplicemente fa finta di niente. Sulla pelle dei neonati e sulle tasche dei genitori.