
Non andrò in ferie prima del 5 agosto, è vero, ma ormai non ci sono più le condizioni climatiche e psicofisiche per continuare a postare su questo blog. Magari lo farò, a sorpresa, quando ci sarà qualcosa di importante su cui ragionare insieme. Magari anche no. Ci si rilegge alla fine di agosto. Buona estate!
[EDIT] Ogni tanto, giusto per costringervi a ripassare da queste parti, aggiornerò questo post aggiungendo qualche interessante lettura estiva, magari per mettere in evidenza qualcosa che con la scusa delle ferie stanno tentando di metterci delicatamente e silenziosamente nel culo:
Scritto da Maxime il 18 luglio 2006
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Mentre Fabio Grosso diventa il simbolo dell’Italia campione del mondo, la squadra che l’ha lanciato, il Chieti, sparisce dal calcio professionistico. Conoscere la verità, quella vera, quella che non sia il frutto di interpretazioni, di racconti fantasiosi e di voci messe in giro ad arte per alimentare speranze e coprire le responsabilità di ben determinati personaggi, è per noi tifosi impresa ardua, se non impossibile. Alla fine la colpa, come qualcuno si è già vergognosamente permesso di affermare negli ultimi mesi, ricadrà su “una serie incredibile di sfortunati eventi“, su una “città incapace di mantenere questa categoria” e su quella “parte non sana della tifoseria” che è stata “pilotata” affinché finisse il calcio a Chieti. Ed i giornalisti locali, che semplicemente acquisendo bilanci e documenti ufficiali avrebbero potuto aiutarci a fare luce su questa incredibile vicenda, hanno clamorosamente deciso di schierarsi dalla parte del presidente uscente Antonio Buccilli da Bisenti e di tutti quei personaggi di Chieti (commercialisti, avvocati, imprenditori e politici) che negli anni lo hanno difeso, assecondato, protetto ed aiutato.
In città di Antonio Buccilli si tende stranamente a ricordare solo quei pochi momenti felici, come l’imprevista ma meritatissima promozione dalla serie C/2 alla serie C/1 e le vittorie contro l’odiato Pescara ed il blasonato Napoli, facendo finta di dimenticare i suoi continui piagnistei per elemosinare soldi (a fondo perduto, senza cioè offrire in cambio quote societarie), le sue continue offese alla città ed alla tifoseria, la totale mancanza di programmazione e di organizzazione societaria, l’arrivo di giocatori giovanissimi in prestito gratuito con premio di valorizzazione che non hanno consentito di fare progetti a lungo termine dovendo ogni anno ricostruire la squadra da zero, la tendenza ad accumulare debiti ed a piangere continuamente miseria (e infatti mentre ci raccontava di voler mollare tutto non avendo più un euro, trattava con Gaucci l’acquisto della Sambenedettese, senza perdere occasione per continuare ad insultarci), i fortissimi sospetti su partite stranamente perse e giocatori forti (tra cui lo stesso Grosso) incredibilmente ceduti gratuitamente o quasi, la pretesa che i tifosi non contestassero mai e che gli imprenditori e le amministrazioni locali finanziassero la sua gestione a dir poco discutibile. Potrei elencare tantissimi episodi avvenuti negli otto anni della sua presidenza, precisi e riscontrabili sulla carta stampata, ma dovrei scrivere un libro e non un semplice articolo.
Da almeno due anni la situazione era diventata gravissima e l’aria irrespirabile, nonostante il presidente Buccilli continuasse ad affermare che la società era sana (“siamo in fascia A!“) e minacciasse querele a chi osava sostenere il contrario (querele mai presentate, dato che i libri contabili gli avrebbero dato torto). Eppure diceva di voler vendere, ma apparentemente nessuno si faceva avanti: d’altronde, pur organizzando azionariati popolari, cordate e pellegrinaggi a Lourdes, chiunque si mostrasse interessato poi inevitabilmente scappava via davanti ad una situazione debitoria disastrosa. Perché, parliamoci chiaro, il calcio fatto a questi livelli è un investimento a perdere e chi lo fa molto spesso ha fini fiscali (riciclaggio del nero, bilanciamento di altre attività in forte attivo, ecc.). Sarebbe bastato staccare immediatamente la spina ed organizzare subito la ricostruzione senza perdere altro tempo. E invece no. Tutti coloro i quali si sono permessi di aprire gli occhi ai tifosi mostrando i bilanci e le prove della gestione fallimentare di Buccilli, sono stati allontanati, boicottati ed accusati di essere gufi e disfattisti, mentre a livello politico si è deciso di prolungare l’agonia continuando ad alimentare inutili speranze nei confronti di tifosi sempre più delusi e spaccati.
Infatti l’amministrazione comunale, tramite il sindaco Francesco Ricci ed il senatore Giovanni Legnini che si sono esposti ed impegnati in prima persona (ma che a mio modesto parere si sarebbero dovuti fare i fatti loro), ha promosso e favorito l’iniziativa degli “Amici del Chieti“, un gruppo di imprenditori locali che ha permesso l’iscrizione del Chieti al campionato 2005-2006 con una colletta poi rivelatasi a fondo perduto. Questa operazione, se da un lato era sicuramente da apprezzare per il fatto che gente di Chieti si stesse finalmente interessando alle sorti della squadra di calcio della propria città, dall’altro lasciava aperti duemila dubbi sul futuro: infatti, nonostante gli Amici del Chieti avessero sventolato più volte un fantomatico “protocollo d’intesa” firmato dal presidente Buccilli (documento che avrebbe dovuto garantire una squadra competitiva, una supervisione sulla contabilità e sulle scelte ed un diritto di prelazione per l’acquisto della società), tuttavia non c’è stato passaggio di quote societarie e la squadra allestita è stata una delle più scarse della storia della Chieti Calcio. Eppure, secondo i giornalisti locali e secondo il presidente degli Amici del Chieti, la squadra era forte ma perdeva solo per via dei pali, delle traverse, della pioggia, del fango, degli arbitri, dei gatti neri e, udite udite, di alcuni tifosi “pilotati” (da coloro che avevano denunciato la gravità della situazione), forse colpevoli di continuare nonostante tutto a spendere soldi per seguire e sostenere la propria squadra in casa ed in trasferta. Analisi sicuramente lucidissima e degna di chi, invece di far valere il famoso protocollo d’intesa, aveva evidentemente deciso di pulircisi il culo. Tanto è vero che i debiti sono aumentati, il diritto di prelazione non è stato esercitato ed il Chieti è retrocesso per il secondo anno di seguito collezionando figure di merda in tutta Italia.
La cosa veramente assurda di questa situazione è che Antonio Buccilli nell’ultimo anno è rimasto dietro le quinte ed ha paradossalmente recuperato credibilità, visto che un vero e proprio terrorismo mediatico organizzato ad arte è riuscito a distogliere l’attenzione da lui, dai suoi debiti e dalle malcelate manovre politiche iniziando a puntare il dito sulla città e sui tifosi. A sua volta l’amministrazione comunale, dopo essersi pubblicamente pentita di aver appoggiato gli Amici del Chieti, ha organizzato altri incontri ed ha coinvolto nuovi imprenditori per allungare ulteriormente l’agonia fingendo di non capire che non c’era più niente da fare e che non poteva esistere al mondo un folle talmente folle da rilevare una società che non possedeva niente se non il titolo sportivo ed i debiti (si è parlato di quasi 3 milioni di euro!). Poi, non si sa bene come, pare che quel folle l’abbiano trovato, ma non si è ancora capito perché abbia comprato i debiti di una società a due giorni dalla sua ingloriosa fine per poi non presentare le garanzie necessarie alla sua ammissione al campionato 2006-2007. Si sono persi almeno due anni ed alla fine, come ampiamente previsto, il Chieti è comunque sparito dal calcio professionistico. Grazie Antonio Buccilli!
Scritto da Maxime il 14 luglio 2006
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In un vecchio post avevo elencato alcuni termini dialettali abruzzesi utilizzati per identificare particolari categorie di persone. Nel fare questo mi sono reso conto che certe forme linguistiche vanno purtroppo scomparendo perché non più tramandate come avveniva in passato, in una demonizzazione della cultura dialettale che non riesco sinceramente a spiegarmi. Perché se il fatto di parlare solo il dialetto viene visto come un sintomo di ignoranza, tuttavia conoscere e tramandare la lingua dialettale pur avendo una perfetta padronanza di quella italiana vuol dire essere fieri delle proprie origini e della propria storia, difendere la propria cultura e le proprie tradizioni, credere nel valore della memoria. Non ho la competenza né le conoscenze necessarie ad organizzare un vero e proprio corso di abruzzese (sarebbe bellissimo poter fare un backup della memoria dei nostri nonni), ma un paio di espressioni dialettali caratteristiche vorrei tentare di spiegarvele, ché se passate da queste parti magari vi tornano utili.
Per esprimere tutto il nostro stupore, noi non usiamo i classici “oh dio!“, né “mamma mia!“, bensì diciamo “cccià sànd!” (mannaggia santa) o più spesso “frèchete!” (frègati). E maggiore è l’energia che vogliamo conferirgli, maggiore è il volume della voce ed il numero di “e“: ad esempio mentre l’11 settembre 2001 assistevamo in tv al crollo delle torri gemelle di New York, dal vicino Lazio si è udito chiaramente un coro di “freeeeeeeeeeechete!” proveniente da Chieti. La stessa espressione è utilizzata anche in altre occasioni, soprattutto per infierire su qualcuno o per apprezzare la bellezza femminile: cade davanti a noi l’idiota che stava facendo lo splendido impennando con lo scooter? Frèchete! Zidane viene espulso dopo aver dato una testata a Materazzi? Frèchete! Ci passa davanti Manuela Arcuri in topless? Freeeeeeeeeeeeeeeeeeechete! Insomma, ci siamo capiti.
Se poi lo stesso idiota di prima, mentre ci sorpassa impennando con lo scooter, ci graffia accidentalmente la macchina e poi scappa, per le possibili espressioni da utilizzare c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Si parte da semplici offese come “ngulammàmmete!” (vaffanculo a tua mamma) o “ngulassòrete!” (vaffanculo a tua sorella) con le relative varianti, fino ad arrivare a vere e proprie minacce del tipo “ti schiatte gnè na busct d latt!” (ti faccio esplodere come una busta di latte) oppure “ti gonfie gné na zambògne!” (ti gonfio come una zampogna). E magari dallo studio del labiale di Materazzi, che ormai avrà scomodato anche qualcuna di quelle università sfigate ai confini della realtà che ogni tanto se ne escono con le scoperte dell’acqua calda, verrà fuori proprio una di queste terminologie. Sapevàtelo.
Scritto da Maxime il 12 luglio 2006
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Chieti, ore 23.19 del 9 luglio 2006
Una rumorosa pernacchia a Beppe Grillo ed al branco di pecoroni che aderendo alla sua ennesima campagna idiota hanno gufato l’Italia temendo un’amnistia, un caro saluto alla mamma di Zinedine Zidane e massima solidarietà ai responsabili marketing di Mediaworld. I campioni del mondo siamo noi, nonostante Francesco Totti.
Scritto da Maxime il 10 luglio 2006
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Principe segnala un interessante pezzo di Christian Rocca di cui riporta alcuni passi sul suo blog. Io invece lo riporto tutto, perché esprime esattamente le stesse sensazioni che ho avuto anch’io e cioè che è stato organizzato un inutile processo spettacolo solo per dare una finta parvenza di legalità a ciò che è stato già deciso. Il “patteggiamento” della Juventus la dice lunga su quale sia il clima e quali siano le aspettative dell’opinione pubblica, ubriacata da intercettazioni e sentenze mediatiche che, se disattese, farebbero ancora più danni all’immagine della Vecchia Signora. La gatta frettolosa fa i figli ciechi, disse qualcuno. Ma a questo punto la retrocessione la pretendo. E’ meglio per tutti. Ecco il pezzo di Rocca (i grassetti sono miei):
Calciopoli è il più farlocco degli scandali sportivi di tutti i tempi. Il più falso. Il più ridicolo. Il più becero. Degno di un paese insulso e piccino, impantanato da anni nella lettura di mattinali di questura stampati a nove colonne e nell’ascolto illegale di telefonate private al fine di sgominare banche, partiti, coop, famiglie reali, vallette, società di calcio e tutto ciò che fa spettacolo. Vittorio Feltri racconta che alla notizia della condanna di Enzo Tortora, i cronisti dei grandi giornali brindarono ebbri di gioia. Ora apprendiamo che i giornalisti – assiepati nella tribuna stampa di questo processo del lunedì in formato reality show – hanno sottolineato con frizzi e lazzi l’inutile tentativo di un accusato di difendersi in aula. Già, perché l’altra caratteristica di questa farsa chiamata calciopoli è che difendersi è impossibile. Ieri Aldo Grasso, grande critico tv del Toro, sulla prima del Corriere ha sostenuto la bizzarra tesi che spetta agli imputati dimostrare di essere innocenti (le performance di Cannavaro e Pirlo non bastano?). Peccato che, per evitare sorprese, nel dibattimento della Caf si sia provveduto a impedire che si visionassero le partite sospette, che si ascoltassero le telefonate, che si convocassero i testimoni o che, perlomeno, non venisse consentito all’accusa di chiedere le condanne prima, e non dopo, le arringhe difensive. Bisogna fare in fretta, è il mantra. Ma se è così, decidete subito e oliate la ghigliottina, invece che far finta di organizzare un processo che rifiuterebbero perfino i detenuti di Guantanamo.
Si deve far presto, dicono, per rispettare le scadenze d’iscrizione alle coppe europee. E se per quella data la sentenza d’appello non ci sarà, il commissario della Federcalcio, Guido Rossi, ha già detto che deciderà in base alla sentenza di primo grado. Buona la prima, basta la parola. Rossi lo può fare, può fare tutto, è il plenipotenziario del nuovo calcio liberato dai poteri forti e dai conflitti di interesse (no kidding). E’ stato Rossi, per esempio, a nominare Gigi Agnolin quale gran capo degli arbitri puliti del dopo Moggi. E nessuno che abbia alzato la mano per dire: scusate, ma se volevamo liberare il calcio dai conflitti di interesse, proprio un ex dirigente dell’Inter (95-99) e un ex dirigente della Roma (95-2000) dovevamo scegliere? Inter e Roma, peraltro, sono le due squadre chiamate in correo in aula da Giraudo e Della Valle. Lo juventino ha ricordato che, a proposito di campionati truccati, un alto dirigente e un calciatore della squadra di Moratti un mese fa sono stati condannati in sede penale a sei mesi di reclusione per un passaporto falso (in sede sportiva l’Inter ha scientemente fatto giocare un calciatore che non sarebbe potuto scendere in campo). Giraudo ha ricordato la vicenda dei Rolex d’oro regalati dalla Roma agli arbitri, ma avrebbe potuto parlare a lungo di altri scandali – false fideiussioni, doping di bilancio, cambi in corsa dei regolamenti eccetera – che il sistema ha insabbiato con il consenso di quasi tutti. Il calcio è questo, più la torta dei diritti tv, ma con il rotolare della palla queste chiacchiere di palazzo e ora di questura c’entrano nulla. Anche perché questo è il primo scandalo sportivo al mondo che non vede coinvolto nemmeno un atleta (non so se avete presente: l’atleta è quello che corre, salta, segna).
Gli imbrogli di politica sportiva vanno puniti severamente per violazione dell’obbligo di lealtà sportiva, ma a patto che siano puniti tutti e che restino separati da ciò che è accaduto sul campo. Ma un conto è parlare di calciopoli, che non a caso vuol dire “città del calcio”, un altro è se questo scandalo, invece, sia “partitetruccatopoli”. Per l’illecito sportivo è necessario un elemento non di poco conto: devono esserci le prove che le partite siano state accomodate, che la Juventus abbia dominato due campionati di fila grazie ai dribbling di Moggi e non a quelli degli otto finalisti ai mondiali della sua rosa, che Kakà, Sheva, Maldini, Pirlo, Gattuso, Gilardino e Inzaghi abbiano contato meno di un’interurbana del ristoratore Meani, che Toni abbia segnato a raffica grazie alle cene di Della Valle e così via. E a quel punto non si capisce perché le medesime cene dell’Inter non abbiano agevolato i gol di Adriano o Martins. Era un problema di menu? Prove, peraltro, che nei deferimenti innanzi al plotone d’esecuzione della Caf non ci sono. E non ci sono soprattutto nei confronti della Juventus. Il pm sportivo non ha indicato nemmeno una gara aggiustata dai campioni d’Italia. Nelle intercettazioni non c’è nemmeno una telefonata moggiana con richieste di favori per una partita. C’è, però, un teorema, la presunzione complottistica che le sette cene in un anno tra i dirigenti della Juve (più mogli) e i designatori arbitrali e le schede sim estere e lo sconto a Pairetto per l’acquisto di una Fiat sottintendano un disegno criminale che poggia anche sull’arbitro De Santis (sul quale però non c’è nessun collegamento probatorio o telefonico o moviolistico con la Juve). Siccome non c’è prova di illecito su una singola gara, le responsabilità disciplinari della Juve riguardano “anche le ipotesi in cui le condotte accertate non incidono direttamente sullo svolgimento e sul risultato di una gara, ma sono dirette ad assicurare un vantaggio in classifica”. Cioè: non abbiamo le prove che la Juve abbia comprato le partite, quindi è chiaro che ha condizionato il campionato nella sua interezza. Un processo normale finirebbe 2 a 0 per la difesa, ma finirà altrimenti. La consolazione è che, questa volta, un giudice a Berlino c’è. Si presenterà domenica alle 20 sotto forma di una finale conquistata da un grande allenatore del sistema Moggi e da una dozzina di splendidi calciatori di serie B e C.
Scritto da Maxime il 7 luglio 2006
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Germania Vaffanculo!!!
(…e tanti saluti da Bruno, l’orso)
Scritto da Maxime il 4 luglio 2006
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