Archivio del mese di ottobre 2007

Tutti in missione!

Little EinsteinsDa qualche anno esistono dei cartoni animati educativi (realizzati soprattutto della Disney) che tentano di coinvolgere il piccolo spettatore ponendogli delle domande e lasciando qualche secondo di silenzio per permettergli di rispondere. Il più delle volte si tratta di rispondere sì o no, o di indicare la posizione di un oggetto, o di riconoscere animali e colori. Le risposte vengono abbastanza imboccate, per cui se il personaggio del cartoon ti chiede “vuoi aiutarmi a portare a termine questa avventura?” ci si aspetta esclusivamente un ““, e qualche secondo dopo il personaggio ti ringrazia ed inizia la narrazione dell’episodio. Questo con le persone normali. Mio figlio, per dire, da mezz’ora sta ancora discutendo ad alta voce con la tizia in tv che no, quella cazzo di missione deve portarsela a termine da sola.

Jaiku vs Twitter

JaikuQuando Jaiku fece capolino per la prima volta nel mondo delle (in)utility 2.0, molti lo paragonarono a Twitter decretando la netta inferiorità di quest’ultimo nei suoi confronti. All’epoca io schifavo profondamente Twitter ritenendolo (a ragione) l’ennesimo strumento di distrazione di massa in grado di creare dipendenza da chat e di mandare a puttane la propria produttività, e così ignorai anche Jaiku. Da allora sono successe tante cose: Feba mi ha convinto ad iscrivermi a Twitter, poi ho provato ed apprezzato Pownce, infine Google ha acquistato Jaiku. A questo punto mi sono chiesto il perché, e mi sono unito volentieri al branco di pecoroni che si è iscritto solo in seguito alla notizia dell’acquisizione.

La differenza sostanziale tra Twitter e Jaiku è che quest’ultimo funziona (per intenderci non appare l’odioso uccellino una volta ogni 30 secondi). Rispetto a Twitter, Jaiku è più orientato verso l’aggregazione della propria presenza in rete, permettendo all’utente di aggiungere al proprio profilo lo streaming di qualunque servizio che sia dotato di un feed, compreso lo stesso Twitter. Aggiungendo i nostri amici tra i contatti, seguiremo sia i loro messaggi su Jaiku, sia tutti i feed che sono presenti nel loro profilo, rimuovendo eventualmente quelli che non ci interessano. La particolarità, che secondo me è anche l’aspetto vincente di Jaiku rispetto a Twitter ed ai suoi derivati, consiste nel fatto che ogni messaggio (pubblicato direttamente su Jaiku o aggregato attraverso i feed) è commentabile e può dar vita ad una discussione ordinata all’interno di un thread, che possiamo scegliere di seguire o di ignorare. Io personalmente su Twitter mi trovo troppe volte nella spiacevole situazione di non capire di cosa si stia parlando, sia perché è difficile risalire al messaggio che ha originato la discussione, sia perché magari non ho tra i contatti tutti coloro i quali vi stanno prendendo parte. Su Jaiku all’interno di un thread vengono visualizzati anche i commenti degli utenti che non seguiamo.

Un’altra simpatica caratteristica di Jaiku è la possibilità di creare canali di discussione, o di entrare in canali già esistenti, per raccogliere sotto lo stesso tetto tutti i thread relativi a tematiche specifiche e non riassumibili in una singola discussione. Anche all’interno dei canali è possibile aggregare fonti esterne (purché dotate di feed) pertinenti ai temi trattati. Io ad esempio ho creato i canali #chieti ed #abruzzo, aggregando al loro interno i relativi gruppi esistenti su Flickr ed alcune fonti di informazione locali, nella speranza di riunire conterranei duepuntozero ed organizzare qualcosa insieme. Se proprio vogliamo essere pignoli, un paio di difetti Jaiku ce l’ha: ad esempio all’inizio può risultare confusionario e poco immediato, soprattutto per chi è abituato a Twitter, e necessita di un po’ di tempo per ambientarsi e per rimuovere dai propri contatti i feed che non ci interessa seguire. Inoltre non permette di inviare messaggi diretti e privati agli altri utenti. Per il resto, rappresenta un mix vincente tra Twitter e Profilactic, una sorta di FriendFeed più completo, esteticamente godibile e funzionale, uno strumento divertente che tra le altre cose rende inutili – grazie ai feed – i messaggi di spam che vengono spesso pubblicati su Twitter per pubblicizzare i propri post. Non mancano, infine, il supporto per i dispositivi mobili (tramite l’applicazione dedicata per Symbian, il widget per cellulari che supportano java o l’apposito indirizzo mobile), i simpatici badge da piazzare sul proprio blog e l’utilissimo plugin per Firefox. Dimenticavo: se vi iscrivete, ricordatevi di aggiungermi.

MoFuse (Mobile Fusion)

MoFuseGrazie ai potenti mezzi di cui dispongo in qualità di maggior esperto italiano del web 2.0 (in pratica non ho fatto altro che inserire il mio indirizzo email nell’apposito spazio sul sito ed attendere pazientemente qualche giorno), sono riuscito ad ottenere un invito su MoFuse (Mobile Fusion), applicazione online che permette di creare in modo facile, veloce e totalmente gratuito la versione mobile dei nostri contenuti in rete. Qualche tempo fa avevo segnalato un plugin per WordPress in grado di rilevare automaticamente se chi si trova sul nostro blog stia utilizzando un dispositivo mobile, mostrandogli in tal caso una versione testuale e più leggibile del sito. E chi non ha la fortuna di utilizzare WordPress? MoFuse è la soluzione ideale per chiunque voglia rendere accessibili e leggibili i propri contenuti sui telefonini di ultima generazione, indipendentemente dal tipo di piattaforma utilizzato e dal fatto di avere o meno un dominio proprio: l’unica condizione necessaria al suo utilizzo è la presenza di un feed RSS. Creare la versione mobile del nostro sito è di una facilità disarmante: è sufficiente inserire un titolo, un identificativo che verrà utilizzato per generare l’URL, il titolo ed il feed RSS del sito originale ed il titolo ed il contenuto di eventuali pagine aggiuntive da creare (ad esempio “About”, “Contatti”, ecc.).

MoFuseEt voilà: il nostro sito mobile, pienamente conforme agli standard definiti per la visualizzazione, la leggibilità, la pesantezza, i tempi di caricamento ed i costi di connessione, è già online con un indirizzo del tipo http://identificativo.mofuse.mobi/. A questo punto è possibile personalizzare la nostra creazione modificando i colori, utilizzando una testata grafica, abilitando il contatore delle visite, aggiungendo altre pagine o altri feed RSS e cambiando il loro ordine di visualizzazione. Nel caso in cui si volesse anche tirar su qualche centesimo, MoFuse vi offre la metà dei ricavi pubblicitari permettendovi di inserire il vostro ID di Google AdSense e mostrando per il 50% del tempo le sue inserzioni e per il 50% le vostre. MoFuse mette infine a disposizione il codice PHP da inserire nel template al fine di reindirizzare automaticamente i visitatori che arrivano sul nostro blog utilizzando un dispositivo mobile. Concludendo, benché gli smartphone di ultima generazione ed i palmari siano tranquillamente in grado di visualizzare le versioni complete dei siti, ritengo che MoFuse sia geniale per la sua semplicità di utilizzo ed indispensabile per rendere accessibili i propri contenuti sui dispositivi mobili in maniera veloce ed a costi di connessione estremamente ridotti. Tra l’altro, la possibilità di inserire fino a 10 feed RSS consente di creare un sito unico che aggreghi tutti i blog ed i contenuti che fanno capo ad una stessa persona: se vi va, date un’occhiata al mio sito mobile Maxime 2.0, creato in 3 minuti grazie a questo fantastico servizio.

Gli sconosciuti più famosi della rete

Come avrete sicuramente intuito dall’esiguo numero di fotografie presenti, l’articolo pubblicato da Stefano Landi sul Magazine del Corriere della Sera di giovedì 11 ottobre 2007 rappresentava solo la prima parte di un più ampio ed interessante viaggio alla scoperta della blogosfera italiana. In esclusiva mondiale, sono riuscito ad ottenere una succosa anticipazione della seconda parte, in edicola a partire dal 18 ottobre.

Il vero blogger non lo riconosci solo dalle occhiaie, ma anche dalla panza. Ché per fare un “bar camp” alla settimana in birreria a Bologna, ci vuole il fisico (e il fisico non ce l’ha, visto che di solito passa la notte al computer). Ma anche Milano, Genova e Torino sono piazze molto attive: solo che lì evidentemente non ci sono birrerie, e così i blogger locali sono costretti ad andare a Bologna. Ragion per cui i veri blogger di Milano, Genova e Torino li distingui da quelli di Bologna perché oltre ad avere le occhiaie e la panza sono anche squattrinati, ché l’autostrada e la benzina sono mica gratis. A meno che non abbiano appreso da Robin Good l’arte di campare con la pubblicità sul proprio blog, magari camuffando articoli ed AdSense in modo tale che il lettore non sia in grado di capire se cliccando su un determinato link stia effettivamente ottenendo le informazioni che cerca, oppure stia acquistando senza diritto di recesso una batteria di pentole ed una mountain bike con cambio Shimano. I blogger leggono tutto, soprattutto su internet. Soprattutto i porno. Altrimenti non si spiegherebbe come mai le occhiaie ce l’hanno pure quelli che bloggano di giorno, mentre sono al lavoro. Per restare in alto in classifica non basta scrivere cose intelligenti. Bisogna attirare dei lettori lobotomizzati che se ad esempio scrivi “oggi ho fatto una cagata di quattro etti e mezzo” loro ti commentano dicendo che “minchia, sei un genio… come ti vengono ste riflessioni profonde… ti amo, scopami!“. «Io partecipo ai bar camp» racconta la milanese Giovina Cazzabbubboli. «Sono serate in birreria a Bologna dove alla fine si fa anche la gara di rutti. E chi vince guadagna link. E posizioni su BlogBabel.» Eleuterio Scagazzi è il prete della blogosfera. «Partecipo a ogni incontro: assolvo mille blogger alla volta dai loro peccati. Senza nemmeno il bisogno che me li confessino, tanto è già tutto scritto sui loro blog.» Giansante Sborraioli sul suo blog ha un vero e proprio palinsesto televisivo. «Ho cominciato caricando video su YouTube. Un giorno ho messo fuoco ad una scoreggia e mi si sono bruciati tutti i peli del culo. Da allora abbiamo come sponsor la fagiolata della Valle degli Orti ed una media di 5 mila spettatori a puntata.» I blog. Quattro lettere che contengono tutta la distanza tra il vecchio ed il nuovo modo di fare informazione. Appuntamento alla prossima settimana, in cui la terza puntata del nostro viaggio ci permetterà di conoscere il blogger esperto di computer («All’età di 14 anni ho smascherato la mia prima truffa informatica, riuscendo a capire subito che quella roba col buco nel mezzo era il carrellino del lettore cd, e non un porta bicchiere»), il blogger col quoziente intellettivo più alto della blogosfera («Ricordo che quando feci la mia prima addizione (1+1=2), mia madre si emozionò tantissimo e per festeggiare mi preparò una torta. Peccato che non l’ho potuta mangiare subito perché alle 15,30 avevo l’esame di guida») ed il blogger autore del podcast più scaricato della rete («Per entrare nella top ten ho pensato di parlare di tecniche per il miglioramento della memoria. Consiglio a tutti di ascoltare il podcast. Il link è… un attimo che lo cerco nei bookmark perché non me lo ricordo»).

Che dire: grazie al Corriere Magazine ed al suo preziosissimo contributo!

Facebook, questo sconosciuto

FacebookPer motivi di studio nell’ambito di un progetto al quale ho recentemente preso parte, da qualche settimana mi sono iscritto su Facebook, ennesima (in)utility sociale che consente alle persone di conoscersi (o di ritrovarsi), di riunirsi all’interno di gruppi caratterizzati da interessi comuni, di organizzare eventi e di condividere tutto ciò che le riguarda. Esploso come fenomeno prettamente americano e diffusosi soprattutto all’interno dei college, Facebook non sembra però godere in Italia della stessa notorietà, se si escludono i soliti utenti tecnologicamente avanzati i quali sono soliti iscriversi su ogni community e diavoleria sociale duepuntozero del globo terracqueo.

Una volta completata la procedura di registrazione, è possibile (ma non obbligatorio) compilare il nostro profilo inserendo dati personali, abitudini, attività, interessi, informazioni per essere contattati e tante di quelle altre robe che l’archivio dell’FBI ti fa una pippa. Successivamente possiamo aggiungere tutti i nostri amici, specificando per ognuno di loro il tipo di rapporto che ci lega (se ci siamo incontrati da qualche parte, o ci siamo conosciuti per via di amici in comune, o abbiamo lavorato insieme, o magari non ci conosciamo affatto e siamo entrati in contatto solo a causa della cara vecchia abitudine di utilizzare i social network per rimorchiare). Gli strumenti messi a disposizione dal sistema sono i gruppi (per esplorare ed aderire a gruppi esistenti oppure crearne di nuovi), le fotografie (per dare un’occhiata ai foto-album degli altri o creare i nostri personali), i video (per dare un’occhiata ai filmati condivisi dagli altri o caricare i nostri), gli eventi (per controllare gli appuntamenti organizzati e/o segnalati dai nostri amici o crearne di nuovi), il mercatino (per vendere o comprare oggetti, servizi e competenze), le note (un vero e proprio servizio di microblogging che consente di scrivere post o di importare tramite feed quelli pubblicati sui nostri blog) e le segnalazioni (come le note, ma limitate alla condivisione di link).

Già con questi strumenti, Facebook si presenta molto bene dandoci la possibilità di segnalare ed organizzare all’interno di una singola pagina tutte le nostre attività in rete, peraltro permettendoci di spostare a piacimento i vari widget che compongono il nostro profilo, come se si stesse arredando la propria casa. Ma non finisce qui, perché la vera forza di Facebook consiste nell’essere totalmente aperto all’integrazione di nuovi strumenti: per via della diffusione raggiunta oltreoceano, questa caratteristica ha fatto sì che quasi tutte le altre (in)utility sociali si preoccupassero di sviluppare immediatamente la propria applicazione per poter essere utilizzate direttamente tramite Facebook. Ma ha fatto anche sì, purtroppo, che venissero sviluppate migliaia di inutili puttanate nate per consentire un utilizzo di Facebook più leggero e votato al cazzeggio, al divertimento ed al rimorchio. Ognuno è libero di installare ciò che vuole (ci mancherebbe!) anche perché, proprio come se si trattasse di un vero e proprio appartamento, viene immediatamente fuori il gusto personale di chi lo abita. L’unico fastidio deriva dal fatto che la maggior parte di queste applicazioni, una volta installate da un utente, generano spam nei confronti dei suoi contatti: io, per dire, sono giorni che passo il tempo a rifiutare inviti ad installare questa o quell’altra cagata che il tale amico utilizza e mi consiglia vivamente.

Concludendo, Facebook è uno strumento molto potente che non dovrebbe mancare nella collezione dei duepuntozeristi anonimi. Tuttavia, come per ogni altra diavoleria sociale, non è affatto indispensabile e dimostra la sua validità solo se utilizzato in maniera corretta. Dategli un’occhiata, senza impegno.

Tempi moderni

Io quelli che guardano ed apprezzano i film che vanno in onda la notte fonda su RaiTre li stimo tantissimo, perché loro sì che hanno la vera cultura cinematografica, quella che ti fa andare oltre l’apparenza, quella che ti fa comprendere che quando non ci si capisce un cazzo, e nessun attore proferisce verbo, e le inquadrature ti fanno venire la nausea, beh, porca troia, quel regista è un fottuto genio! Per farvi capire la mia, di cultura cinematografica, vi basti sapere:

  • che da Tiffany ordinai un cappuccino ed una brioche;
  • che non ricordo nemmeno chi cazzo ci abitava, in Via Colvento;
  • che non ho ancora capito se a scottare era la gatta o il tetto;
  • che non riesco a spiegarmi perché quel coglione del mio postino suona solo una volta, se suona.