Classico sabato mattina da italiano medio al supermercato per fare la spesa grossa. Decidiamo di lasciare Osama Bin Davide, per la prima volta, in uno di quegli spazi attrezzati per bimbi studiati appositamente per i genitori che vogliano fare compere in tranquillità. Tanti giochi, ragazze gentili e competenti, servizio gratuito per una durata massima di un’ora e mezza a condizione che il bimbo abbia già compiuto il terzo anno di età. Sono quasi commosso, vorrei pagare ugualmente perché quelle ragazze le ho già nel cuore. Infatti, quando al mio ritorno vedo facce sconvolte, non sono per niente sorpreso. Da domani, probabilmente, il servizio diventerà a pagamento.
Dato che alle volte dimentico che questo è un blog “personale” (anche se in effetti, a giudicare da come sono fulminati i lettori di Macchianera, potrebbe tranquillamente essere scambiato per un sito sulla pesca a mosca o per un forum sul taglio e cucito), mi piacerebbe condividere con voi un momento per me attesissimo ed emozionante: il potenzialmente esplosivo primo giorno di scuola materna di mio figlio Osama Bin Davide.
Scena n°1 (essere furbi dentro): la mamma ed il papà decidono che dopo il 437esimo giro sul trenino sia purtroppo arrivato il momento di tornare a casa. Per tutta risposta il figlio si butta a terra ed inizia a gridare “Aiutooo!” richiamando l’attenzione delle millemila persone presenti a facendo vergognare a morte i genitori, che tutti ormai scambiano per amici intimi di Erode.
Scena n°2 (essere bastardi dentro): durante una festa tutti i bambini fanno il girotondo insieme agli animatori. Tranne uno, che cerca continuamente di sfondare il cerchio ed alla fine fa cadere tutti giù per terra. Letteralmente.
Scena n°3 (essere delinquenti dentro): passa una macchina della Polizia a sirene spiegate. Un bambino di due anni e nove mesi va a nascondersi dietro la gamba della madre e chiede impaurito: “Io?!?”
Ora come ora quando mi chiedono se sto pensando al secondo, rispondo che sì, sto pensando ad una bella bistecca alla fiorentina. Attualmente l’unico motivo per cui proverei ad avere un altro figlio, è per poter tornare ad utilizzare la cassa prioritaria del supermercato per altri nove mesi. Ah, buon Carnevale.
Per fortuna mio figlio non è ancora arrivato nella fase del pappagallo, quella nella quale i bambini sono soliti ripetere tutto ciò che sentono dire dai genitori, causando imbarazzi e figure di merda. Nel frattempo sto tentando di limitare drasticamente l’uso degli intercalari volgari del mio vocabolario, anche perché Davide ha ancora parecchi difetti di pronuncia (ad esempio lo “zio” lo chiama “dio”) ed un mio porco zio di troppo potrebbe trasformarsi in qualcosa di devastante. Tuttavia, siccome mi vuole talmente bene da volermi a tutti i costi dare delle anticipazioni di ciò che mi aspetta, ogni volta che sente qualcuno che rutta o qualcosa che somigli ad un rutto, specie se davanti alla tv (gli ultimi cartoons Disney ne sono sorprendentemente ed inspiegabilmente ricchi) e soprattutto in presenza di persone estranee alla famiglia, si mette a ridere ed esclama ad alta voce “Papà!!!“, come a volerne rivendicare per mio conto l’esclusiva e la capacità esecutiva.
Gli amici che io, mia moglie e mio figlio frequentiamo maggiormente sono costituiti da nuclei familiari del tutto simili al nostro: marito, moglie ed un figlio più o meno coetaneo del mio. Le feste di compleanno, le gite domenicali, le cene e le cerimonie varie in cui abbiamo occasione di incontrarci e stare insieme ci vedono quindi alle prese con gli stessi problemi (sonno, occhiaie, stress, stanchezza fisica) ed i medesimi ricordi del periodo in cui avevamo più tempo libero e meno responsabilità. Tuttavia, sono sufficienti un sorriso, un abbraccio o una nuova scoperta di tuo figlio per emozionarti e capire che ne è valsa assolutamente la pena e che non torneresti indietro per nessuna ragione al mondo.
Durante questi incontri di solito i bambini rubano giocattoli e li utilizzano come armi, si massacrano di botte, piangono, strillano e fanno pentire i propri genitori di aver anche lontanamente sperato che questa volta si sarebbero comportati meglio. I padri tentano di organizzare partite a calcetto, tornei di PlayStation e serate a base di birra ghiacciata e rutto libero, mentre attendono con ansia il prossimo matrimonio per cogliere al volo l’opportunità di partecipare all’addio al celibato dello sposo e rivedere un pelo di figa che non sia delle mogli. Le madri intanto si aggiornano reciprocamente sugli ultimi gossip locali, si scambiano dritte relative ai migliori negozi presso cui acquistare il 752esimo paio di scarpe ed il 2679esimo capo d’abbigliamento e, ad un certo punto, iniziano inevitabilmente a complottare ed architettare la nascita del secondo figlio.
Le scuole di pensiero sono sostanzialmente due: una vorrebbe che il secondo figlio arrivasse quando il primo è già grandicello e va almeno all’asilo, ché così la mamma non se ne trova due contemporaneamente tra i piedi; l’altra vorrebbe che il secondo figlio arrivasse il più presto possibile, ché così crescono insieme. Vanno anche considerate alcune “regole” che rappresentano una via di mezzo tra credenze popolari tramandate dalle nonne e vere e proprie leggende metropolitane. Ad esempio: se il primo figlio ha detto prima la parola “papà” allora il secondo sarà un maschio, se invece ha detto prima “mamma” sarà una femmina. Inoltre: con l’arrivo del secondo figlio, il primo finalmente si inizia a calmare. Ok, ma se invece costituissero un’associazione a delinquere?